‘Love Will Tear Us Apart’ by Valentina Bamboli #BehanceProject

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“L’amore ci farà a pezzi”

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©Photography by Valentina Bamboli – BehanceProject- All rights reserved

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Le persone non sono mai come sembrano.

Ci sono quelle che vivono ossessionate da particolari, da dettagli insignificanti. Magari sono le stesse persone che poi non danno importanza a piccoli gesti, ai segnali che ricevono dal mondo circostante. Oppure ci sono quelle perennemente distratte, immerse in una realtà parallela, incomprensibile da tutti gli altri, che però non si lasciano sfuggire nulla, che notano ogni minimo cambiamento, ogni svolta. Ci sono persone cattive che sembrano buone e buoni che sembravo cattivi. Alcuni ispirano fiducia incondizionata e sono i primi a pugnalarti alle spalle. 02cdf86c-7b22-4974-992b-e7b1edb4f82enAltri, di cui si dubita sempre, sono i più sinceri.

“Solo Nero” è una raccolta di storie, storie di persone particolari, emotivamente e psicologicamente instabili, in situazioni spiacevoli, tragiche, estreme. Alcune sono puramente inventate, altre, quelle che preferisco, sono ispirate a personaggi reali. Sono storie brevi, piuttosto semplici, dove le persone muoiono, si perdono nel buio più totale, fanno i conti con le crudeltà degli altri, ma anche con la perfidia del proprio essere. Perché non sempre i nemici sono estranei o distanti, spesso si trovano più vicini di quanto si creda, nella propria schiera di amici, nella propria famiglia o peggio, nel proprio inconscio.

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Quando le fissazioni estetiche impediscono di vivere

Elena è una ragazza di 25 anni che ha scelto di raccontarmi qualcosa di lei, qualcosa di privato e non troppo piacevole. L’ho incontrata in una libreria di Ferrara, mentre acquistava un testo sulla costruzione dell’identità personale. Ci siamo trovate per caso a discutere su libri di autori che entrambe seguiamo e abbiamo iniziato a parlare di quanto sia difficile aumentare la propria sicurezza in certe situazioni. Elena ha deciso di rivelarmi quella che è stata la parte più brutta della sua vita. Mi ha chiesto se mi andava di scrivere la sua storia e, tra un caffè e l’altro, abbiamo deciso di farne un pezzo.

Non si tratta di un’intervista come tante. Non si parlerà di successi, di carriera, di passioni. Elena ha scelto di rivelare solo il suo nome, vuole mandare un messaggio a tutti quelli che non si apprezzano mai. La sua storia fa riflettere, ci invita a vivere di più e pensare di meno, ad accettarci, a scegliere cosa è meglio per noi nei limiti delle nostre possibilità.

Quando la necessità di migliorare il proprio corpo diventa ossessione, ben oltre i concetti di benessere fisico e salute, le persone rincorrono quell’idea di perfezione che non potranno mai avere. E quando si arriva a questo punto quello da cambiare non è più il proprio corpo ma la mente, e questa è una delle sfide più difficili di tutte.

Quando, come, perché?

“Ho passato molto tempo a guardarmi allo specchio, ma molto più tempo a “screditarmi”, a trovarmi difetti. Fin dalle scuole medie c’erano amiche che consideravo più belle di me, quindi ho sviluppato da ragazzina queste mie manie.

La mia storia è probabilmente simile a tante altre, devo dire che su Internet ne ho lette molte. Quello che ho vissuto in qualche modo mi ha cambiata e mi ha resa una persona più forte. E’ iniziato tutto un pomeriggio in quarta superiore, in cui ho deciso che volevo cambiare molte cose di me. Prima fra tutte, odiavo la mia pancia e decisi di fare più sport. Ho iniziato ad eliminare carboidrati e grassi per cercare di perdere più peso possibile nel minor tempo. Iniziai a dimagrire molto ed ero contenta. Poi ho notato che la mia necessità di essere sempre più bella mi stava togliendo il tempo per vedere amici, studiare, stare in famiglia. Ad ogni invito ad uscire dovevo per forza rispondere di no, preferivo andare a correre. Sono svenuta parecchie volte, mi sentivo sempre debole e dovettero ricoverarmi spesso.untitled

Il limite l’ho raggiunto a 19 anni, quando decisi di rifarmi il seno per essere “bella” come le altre. Quell’unica idea di bellezza che vedevo nella mia testa mi impediva di vivere come tutte. Ad esempio, rifiutavo di uscire con qualche ragazzo perché non mi piacevo, la mia ossessione mi convinceva di essere brutta anche per loro. Mi resi conto di essere veramente malata quando cominciai a passare giornate intere al buio in camera, per non farmi vedere dagli altri. Ho provato sentimenti che non avevo mai provato prima. Sconforto, ansia, paura. Il processo di recupero in clinica è stato il periodo più lungo della mia vita e, ancora oggi, mi spaventa il solo pensiero di poterci ricadere”.

Cosa ti ha convinta ad andare in clinica?

“Non le persone. Da mesi amici e famigliari mi parlavano di terapie, di medici specializzati e possibili soluzioni, ma io non li ascoltavo. Ero più impegnata a cambiare costantemente colore di capelli e scaricare programmi di allenamento per glutei e pancia. Non mi sono nemmeno rivolta ad un personal trainer, ero convinta di essere nel giusto.

Alla fine io mi sono convinta da sola, un giorno in cui stavo talmente male, sia fisicamente che emotivamente, da arrivare a pensare alla morte e a tutto quello che mi stavo perdendo della mia vita.

La verità è che se non ci si aiuta da soli, gli altri servono a poco. Gli amici sono stati di conforto e li ringrazio ancora oggi. La mia famiglia mi è sempre stata vicina, certo, ma se il cambiamento non parte dalla tua mente non può proprio avvenire”.

Immagino che la tua scelta di iscriverti alla facoltà di Medicina sia legata a questa esperienza negativa, sbaglio?

“Non sbagli. Ho deciso che volevo fare qualcosa di utile per gli altri, aiutare le persone a stare bene. Mi sono iscritta in ritardo, però non rimpiango di averlo fatto. Ci metterò più tempo, non so a quale specialistica mi iscriverò, ma tenersi impegnati in qualcosa che si ama fare aiuta più di qualsiasi terapia”.

Come ti senti oggi, a distanza di anni?

“Sto bene con me stessa, ho imparato a convivere con i miei “difetti” che, se ti devo dire la verità, non considero più così spesso. Intendo dire che mi dimentico di averli. Ho trovato la mia strada, qualcosa in cui credere e ho smesso di ossessionarmi con l’essere migliore. Pratico sport e mi tengo in forma, ma nei limiti. Sono ancora seguita da specialisti: da una dietista e da una psicologa. Non mi vergogno a dirlo, mi aiutano a mantenermi su questa via finché non sentirò di poterne fare a meno”.

Esistono cose peggiori per cui vergognarsi. Cosa ti ha insegnato tutto questo?

“Mi ha insegnato a non cercare di raggiungere obiettivi impossibili, a imparare a conoscere i miei limiti e provare a conviverci al meglio. Mi ha insegnato che a pretendere troppo si ottiene un effetto contrario. A voler sembrare troppo bella sono diventata brutta. Ogni cosa che facevo peggiorava la mia immagine, mi ammalava. Ho capito che spesso è meglio un passo indietro con umiltà che cento avanti con imprudenza. Tutti, chi prima chi poi, faremo i conti con la cellulite oppure le rughe, e dobbiamo accettarlo”.

Ultima domanda, ti sei rifatta il seno e questo non puoi cambiarlo: quando ti guardi allo specchio non ti viene in mente tutto quello che hai passato?

“Certo, ogni santo giorno, ed è giusto così. Io mi piaccio oggi. Ho qualcosa addosso che mi ricorda di non giocare più con me stessa come in passato. Quando si fanno delle cazzate non tutto si può riparare. Ognuno ha il suo prezzo da pagare nella vita, gli sbagli si portano dentro per sempre, si superano ma non si scordano.”

 

 

©Giulia Sangiorgi- All rights reserved

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Grazie a Elena.

 

 

Come si genera l’odio nella mente umana? Il ruolo dell’autostima

Da cosa derivano opinioni negative e desideri di vendetta? Cosa succede quando qualcuno prova avversione, rifiuto o vuole il male di un’altra persona? E soprattutto, quanto influisce la propria autostima nella percezione degli altri?

Sono molti gli psicologi ad essersi cimentati in test riguardanti la natura dell’odio, alcuni hanno anche elaborato interessanti teorie sul tema. Lo psichiatra americano Aaron Beck (https://it.wikipedia.org/wiki/Aaron_Beck), per esempio, ha mostrato in parecchi esperimenti come sia possibile percepire le persone in modo negativo, da ogni punto di vista, in modo inconscio. In poche parole, egli sostiene che quando una persona non ci piace, il nostro cervello associa ad essa pensieri brutti, critici e probabilmente anche contorti dal sentimento che li genera in modo totalmente automatico. Questi sentimenti negativi che vi sono alla base inducono poi a pensare costantemente all’altra persona come sbagliata e suscitano reazioni mentali negative e comportamenti alle volte violenti. Ma perché? Da cosa derivano?

I ricercatori del Laboratorio di Neurobiologia dell’Università di Londra hanno provato a definire i meccanismi che si attivano nel cervello umano in questi casi. Tramite risonanza magnetica sono riusciti a stabilire che, nel momento in cui si odia qualcuno, si attiva una sezione del cervello in cui risiedono le emozioni primarie. Quanto più è intenso il sentimento negativo, maggiore è l’attività di quest’area. Di conseguenza, la reazione comportamentale violenta aumenta con l’aumentare di tale attività cognitiva.

Le peggiori reazioni comportamentali conseguenti all’odio sono l’adottare atteggiamenti sociali squalificanti e deridenti nei confronti della persona odiata. Ostilità e discriminazioni avvengono anche tra gruppi, dove vi sono stereotipi e pregiudizi piuttosto forti alla base.

Ogni forma di odio è quindi sempre generata da una motivazione particolare, nella maggior parte dei casi personale, spesso a seguito di un’interazione sociale con qualcuno che si oppone alle necessità e ai bisogni soggettivi. E i bisogni soggettivi sono sempre collegati all’autostima. Cerchiamo di capire perché quest’ultima gioca un ruolo fondamentale nella determinazione dell’odio verso qualcuno.

 

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Una forma di odio piuttosto comune, ad esempio, è quella manifestata in reazioni più o meno eccessive dei soggetti egocentrici. L’egocentrico, infatti, è colui che pensa, vive e agisce ponendo la propria persona come fulcro di ogni situazione o evento, a prescindere dal pensiero altrui. Quindi, è una persona con un eccesso di autostima notevole.

La persona egocentrica si aspetta che quasi sempre gli altri approvino, adorino ed esaltino ogni sua mossa. Quando questo non avviene, il soggetto in questione non riesce ad accettare di aver sbagliato in qualcosa. Ed è per evitare di ammettere i propri limiti che l’egocentrico sviluppa sentimenti di odio verso coloro che non sanno apprezzarlo come vorrebbe. L’odio in questo caso è dovuto alle insensate certezze di essere sempre nel giusto che, messe in discussione, provocano tale reazione.

In questi casi, secondo gli esperti, l’odio è associato ad un altro aspetto negativo della condizione mentale umana: la vendetta. Quando qualcuno contraddice un egocentrico, infatti, in un certo senso tende a violare una norma per lui incontestabile. Ed è proprio quando questa norma viene infranta che il soggetto egocentrico si arrabbia e prova un forte desiderio di punire colui che non lo rispetta.

Le persone con una forte autostima, nel momento in cui si sentono minacciati da qualcuno che sembra essere in qualche modo migliore di loro, sviluppano emozioni negative nei confronti di quest’ultimo. L’entità dell’odio è direttamente proporzionale al livello di autostima personale.

Chi vive con la costante ossessione di dover essere considerato sopra alla media, infatti, è solitamente pervaso da un bisogno di potere sugli altri e sente la continua necessità di mostrare le proprie capacità a chi ritiene “inferiore”, per affermare così la propria superiorità. Ed è proprio quando questo non avviene che si genera l’odio: quando le persone potenzialmente inferiori sono in realtà più abili.

Il calo di autostima nei soggetti presuntuosi provoca reazioni negative: invidia, rabbia, ossessione e, appunto, odio. Ruota tutto intorno all’autostima e ai bisogni che questa comporta. Il calo di autostima in una persona altezzosa provoca reazioni più intense rispetto a quelle di una persona equilibrata e in pace con sé stessa.

In una società in cui l’apparire sembra quasi più importante dell’essere, le persone sono sempre in continuo conflitto tra loro. Quando l’immagine di una persona particolarmente “montata” viene messa in discussione, attaccata o contraddetta, nella mente di questa si scatenano reazioni immediate che possono convertirsi in comportamenti aggressivi verso la potenziale minaccia. Spesso queste persone tanto piene di sé hanno la convinzione che aggredire, attaccare e deridere gli altri possa essere una soluzione al miglioramento della propria autostima. Si sentono soddisfatti e, in un certo senso, appagati da una momentanea sensazione di controllo sugli altri che, però, in un lasso di tempo più o meno breve viene a mancare.

Usare l’odio come difesa dei propri difetti però non porta lontano. Chi non riesce ad accettare valutazioni negative, opinioni contrarie e critiche verso la propria persona è probabilmente più insicuro di quando creda. Queste persone non si rendono conto che un’eccessiva opinione delle proprie potenzialità più che a migliorare l’immagine di sé agli occhi esterni tende a ridicolizzarla.

Sono proprio queste, i presuntuosi e gli egocentrici, le persone maggiormente predisposte all’odio, ma anche le più instabili e poco soddisfatte di sé, al punto da essere tanto vulnerabili e soggette a crisi emotive pesanti.

Chi odia quindi non è una persona forte, spesso è una persona insicura, debole e incapace di convivere con sé stessa. L’odiare qualcuno non salva dalle insicurezze, bisogna imparare a fare i conti da soli con i propri limiti.

@Giulia Sangiorgi-All rights reserved

©Photography Kerstin Pan Zu 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allenare il cervello aiuta a prevenire malattie

Quanto è importante mantenere attivo il nostro cervello? Quali sono i modi migliori per farlo?

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Spesso si tende a considerare il funzionamento del cervello e il cercare di mantenerlo allenato come un modo per migliorare la propria intelligenza, le proprie capacità cognitive e il funzionamento di mente e pensiero. Certo sono aspetti molto importanti, ma quello che viene tralasciato, o che molti ignorano,  è la possibilità di prevenire malattie o deficit sviluppabili durante la vecchiaia o prima, tramite appunto piccoli metodi da adottare per far vivere in modo sano il nostro sistema neuronale.

Sappiamo che la più diffusa malattia degenerativa che colpisce il cervello umano durante l’invecchiamento è l’Alzheimer. Ma anche il Parkinson si manifesta a seguito di un deficit neuronale. Come queste, parecchi altri problemi sono causati da patologie molto diffuse e, purtoppo, sono difficilmente curabili. Altri deficit si possono manifestare durante periodi precedenti, come dalla gioventù all’età adulta, dall’età adulta alla mezza età, fino alla vecchiaia. Come sappiamo possono essere causati da traumi, infezioni, ictus, cefalee, crisi epilettiche, demenze, ecc.

La ricerca neuroscientifica offre un impegno costante nello studio multidisciplinare delle patologie riguardanti il cervello e il sistema nervoso. Esistono però piccoli accorgimenti utili a prevenire o rallentare, non evitare, lo sviluppo di tali malattie.

Spesso appaiono online articoli riguardanti la tematica, così come molti enti, associazioni o esperti diffondono consigli ed informazioni in merito. La Società Italiana di Neurologia, ad esempio, ha più volte esposto quali possono essere gli accorgimenti utili al fine di prevenire determinate patologie del cervello.

Mantenere attive le proprie funzioni cerebrali è importante non solo per migliorare le proprie capacità di elaborare informazioni o gestire meglio i meccanismi di apprendimento e memoria, ma anche per  migliorare le proprie prestazioni nella vita di tutti i giorni.

Possiamo mantenere attivo il cervello in molti modi, tra quelli consigliati dagli esperti i principali sono i seguenti: dalla lettura allo studio, dalla scelta di cambiare punti di vista, hobby, idee o stili di vita all’aumento delle interazioni con gli altri. In particolare questo ultimo aspetto ci permette di attivare più parti del nostro cervello, entrando a contatto con stimoli nuovi e differenti dai precedenti.

Quindi uno stile di vita sano, una corretta alimentazione, una buona attività di socializzazione, una costante attività sportiva o comunque una giusta dose di movimento giornaliero posso aiutare il corretto funzionamento dei nostri processi cognitivi e favorire il mantenimento di un cervello sano nel corso degli anni.

Ecco dove trovare maggiori informazioni sulle malattie che colpiscono il cervello umano, su come vengono classificate e quali sono le relative diagnosi:

https://it.wikipedia.org/wiki/Neurologia

http://scienzagiovane.unibo.it/malattie-cervello.html

http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_4.jsp?area=Malattie_del_sistema_nervoso

Image: Wikimedia Commons

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