AmbraMarie e la sua band hanno sposato Fieri d’Arte 2018, il progetto artistico che unisce arti differenti, dal disegno alla fotografia, dalla scultura alla scrittura, per una grande celebrazione della cultura in tutte le sue forme. Ovviamente non poteva mancare la musica, una delle forme artistiche più dirette e coinvolgenti. Proprio per questo, domenica 16 Settembre all’ingresso della mostra collettiva Madness Gallery dedicata al libro “Madness” di Giulia Sangiorgi, in Piazza Umberto I AmbraMarie e la sua band si esibiranno in strada, ricreando l’atmosfera buskers del Festival di Ferrara, al quale partecipano ogni anno ad Agosto. Tra cover di rock classico, come i Doors, Janis Joplin, Nirvana, ACDC, Guns’n’Roses, AmbraMarie presenta il suo secondo album “Bruciava tutto”, acquistabile all’interno di Madness Gallery. Durante la giornata potrete acquistare, quindi, sia “Bruciava tutto” che “Madness” autografati.AMBRA 2

Per maggiori info:

https://www.portoinfiera.it/eventi/ambramarie-in-concerto-a-madness-gallery/

http://www.ambramarie.com

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Alla riscoperta di Torcello – Marco Migliari

Il turista che scende dal treno alla stazione di Santa Lucia a Venezia, oltre a godersi l’immancabile giro per la meravigliosa città dei Doge, potrebbe essere attratto dalla prospettiva di un tour per le altre isole lagunari, collegate tra di esse da un efficientissimo sistema di vaporetti.

Verso nord-est, lasciandosi alle spalle Venezia e Murano (famosa per i suoi vetri lavorati a mano) e infine la coloratissima Burano, si giunge alla meno appariscente e più lussurreggiante Torcello, poco conosciuto ma interessantissimo gioiello della laguna veneta.

La storia di Torcello ha origini fin dai primi tempi dell’Impero Romano: ricerche archeologiche hanno dimostrato che una piccola comunità vi si stabilì fino al V secolo DC, data in cui si verificò la cosiddetta “Rotta della Cucca”, un’ecatombe alluvionare che modificò permanentemente il corso di tutti i fiumi che sfociavano nella laguna veneta.

Il ripopolamento dell’isola riprese attorno al VII secolo ad opera dei bizantini, soprattutto a fini militari, a cagione della posizione altamente strategica e facilmente difendibile.

L’iconica Cattedrale, la cui forma si distingue immediatamente nelle giornate più assolate anche a chilometri di distanza, venne edificata in questo periodo ed intitolata all’Assunta. Fu riedificata nel XI secolo, affiancata dalla nuova chiesa di Santa Fosca, assumendo il carattere romanico che la contraddistingue ancora oggi.

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Durante i secoli dal XII al XV, il centro urbano di Torcello conobbe il massimo splendore, arrivando a ospitare una popolazione stimata tra le 8000 e le 20000 unità, diventando il principale sito di lavorazione della lana all’interno del Ducato di Venezia.

Sfortunatamente, come conseguenza all’impaludamento della zona e alle continue pestilenze, per l’isoletta iniziò un lento e graduale declino, che culminò con il quasi totale abbandono da parte dei residenti e la rovina/smantellamento degli edifici, azione compiuta al fine di fornire materiale da costruzione alle vicine e più fiorenti isole. La città scomparve virtualmente .

La popolazione ha continuato inesorabilmente a diminuire fino ad oggi, quando, chiedendo informazioni agli abitanti, si constata che nell’isola vivono né più né meno di nove persone.

Sono i turisti a incrementare sensibilmente questo numero: persone incuriosite da un luogo dove regna il silenzio e dove l’affollamento di Venezia è solamente un ricordo. Sbarcando dal vaporetto la pace e la quiete assalgono il visitatore, sensazioni opposte a quelle provate sulle altre isole.

Percorrendo la stradina che costeggia il canale Maggiore, la via d’acqua che collega la laguna al piccolo centro di Torcello, si arriva al Ponte del Diavolo: primo degli unici due ponti all’interno dell’intera isola, che ha la caratteristica di avere, assieme a Ponte Chiodo a Cannaregio, le fattezze degli antichi ponti veneziani sprovvisti di parapetto.

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Proseguendo in direzione del centro, il canale si arresta poco prima dei Palazzi del Consiglio e dell’Archivio, sedi del museo provinciale di Torcello. Le collezioni qui ospitate comprendono un vastissimo assortimento di reperti di epoca preistorica, paleocristiana, etrusca, romana, medioevale e moderna. Di fronte a uno degli edifici museali si erge il cosiddetto “Trono di Attila”, grosso seggio in pietra legato alla leggenda dell’arrivo del terribile re degli Unni a Torcello e da questi appunto utilizzato. In verità, la discesa degli Unni in Italia si arrestò nei pressi di Udine ed essi non raggiunsero mai la laguna veneta.

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Poco più avanti si giunge alla chiesa di Santa Fosca e alla maestosa abbazia dell’Assunta, sopra le quali torreggia il maestoso campanile di quest’ultima. Inoltre, a fianco di esse, si trovano le fondamenta dell’ormai scomparso battistero dedicato a San Giovanni.

Ovviamente tutti questi monumenti sono visitabili e consigliatissimi, in particolare il campanile che, grazie alla sua altezza di ben 45 metri, offre una vista mozzafiato a 360°; mentre gli interni dei due edifici ecclesiastici sono splendidi esempi di architettura e arte romanica perfettamente conservati.

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L’isola non si limita comunque a quanto appena menzionato, poiché vari sono i siti di scavi archeologici tutt’ora in corso, alcuni saltuariamente aperti al pubblico con visite guidate, a volte persino gratuite. I vari ritrovamenti hanno permesso la nascita di nuove riflessioni sulla storia e sul ruolo di Torcello: molti sono databili all’Alto medioevo, ma nella parte più meridionale dell’isola si trova un sito che potrebbe addirittura risalire all’epoca romana.

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Buona parte dei turisti in visita sono americani in cerca delle tracce lasciate da Ernest Hemingway, il quale, innamoratosi della laguna veneta, soggiornò spesso nella casa rossa situata nel punto in cui il canal Maggiore si biforca, poco prima del centro storico dell’isola. Fu in questi luoghi a lui cari che egli ambientò il suo romanzo Across the River and into the Trees, scritto in quel periodo.

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Seppur non della stessa fama dello scrittore statunitense, un’altra figura di spicco fece parte della storia di Torcello durante il ‘900: il pittore, scultore e mosaicista Lucio Andrich.

La sua casa è tra le prime che si incontrano una volta sbarcati, sulla sinistra in fondo ad un sentiero, ora adibita a museo dal nipote Paolo. Qui si può ammirare una collezione ricca di mobili antichi, maioliche, sculture, olii su tela, fotografie ed incisioni di autentica bellezza. Sfortunatamente il museo apre solo su appuntamento.

Infine, a ridosso della casa museo Andrich, si può ammirare la vasta e suggestiva Palude della Rosa, luogo perfetto per gli appassionati di bird watching, la cui principale attrazione sono i fenicotteri che nelle stagioni calde vi si soffermano in massa.

Insomma, Torcello è colma di elementi degni di interesse e merita senz’altro una rivalutazione, o per meglio dire una riscoperta. Purtroppo l’isoletta soffre di una notevole incuria da parte degli enti che dovrebbero occuparsene, come si può evincere dallo stato della vegetazione e dei numerosi sentieri che la attraversano. Oltre a questo, è la mancanza di una campagna d’informazione volta a diffonderne nome e qualità a penalizzarla sensibilmente, rendendola di fatto sconosciuta alla maggior parte. Ma basterebbe questo a riportare un pò in luce questo piccolo gioiello della laguna veneta? Certamente aiuterebbe, ma sarà necessario aspettare il momento in cui la rinascita dell’isola starà a cuore a chi di dovere.

 

©Marco Migliari

©www.giuliazuuzsangiorgi.com

#Inverno by Veronica Binelli

Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi

“Una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo, è più potente di pagine e pagine scritte” – Iabel Allende

Luoghi: Asiago, Foza.

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Fotografie © Veronica Binelli

Video making © Veronica Binelli

©www.giuliazuuzsangiorgi.com

 

 

 

 

 

 

ROCCHETTA MATTEI: UN GIOIELLO ESOTERICO IN PROVINCIA DI BOLOGNA -di Laura Saetti

1Plasmata su uno sperone di roccia nel comune di Grizzana Morandi (Bologna), l’eclettica Rocchetta Mattei è stata edificata a partire dal 1850 circa, sulle rovine di un castello preesistente. Presenta una mescolanza di stile medievale/moresco in un insieme davvero insolito ed originale. Le sue cupole, le decorazioni e gli interni sono stati modificati più volte rendendo la struttura un vero e proprio intreccio labirintico di sale, torri e scalette.

Legata indissolubilmente alla storia del castello è la vita del Conte Cesare Mattei (1809-1896), suo ideatore nonchè letterato, politico e medico autodidatta che qui decise di costruire la sua residenza. Dopo la morte della madre, Cesare Mattei iniziò ad interessarsi allo studio della medicina, farmacia ed erboristeria, inventando la disciplina dell’elettromeopatia, basata sull’abbinamento di granuli simil-omeopatici con cinque fluidi elettrici per ristabilire il corretto equilibrio delle cariche del corpo e riportarlo alla neutralità. A fine Ottocento, i suoi preparati ebbero grande successo in tutto il mondo; numerosi accorrevano alla rocca per farsi curare. Diverse testimonianze narrano delle “miracolose medicine” del Conte, che salvò anche personaggi illustri come lo zar Alessandro II, meritando così di essere citato da Dostoevskij nel romanzo I fratelli Karamàzov.

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« […] ma che filosofia e filosofia, quando tutta la parte destra del corpo mi si è paralizzata e io non faccio che gemere e lamentarmi. Ho tentato tutti i rimedi della medicina: sanno fare la diagnosi in maniera eccellente, conoscono la tua malattia come il palmo delle loro mani, ma non sono capaci di curare. […] Disperato, ho scritto al conte Mattei a Milano, che mi ha mandato un libro e delle gocce, che Dio lo benedica.»

Dostoevskji, I fratelli Karamàzov

 

La produzione di farmaci elettromeopatici continuò fino alla fine degli anni Cinquanta, ma dopo la morte del Mattei la disciplina ebbe un lento declino, poichè il segreto di sintetizzazione alchemica morì assieme al Conte. Non lo lasciò in eredità nemmeno al fedele collaboratore e figlio adottivo Mario Venturoli Mattei, il quale portò comunque avanti questa medicina alternativa fino al trafugamento di fondamentali documenti durante il saccheggio delle SS. Ancora oggi, la vera essenza della cura del Conte Mattei resta un mistero.

Venturoli non scoprì mai la formula elettromeopatica, però ricevette dal padre l’intera proprietà del castello, che completò in stile liberty fino al 1956. A causa delle difficoltà di mantenimento, dovute alle guerre mondiali, la rocca venne poi venduta a Primo Stefanelli, che nel 1986 la chiuse lasciandola in stato di totale abbandono. Solo nel 2005 l’edificio rivide la luce in seguito all’acquisizione da parte della Fondazione Carisbo, che si impegnò in complessi lavori di restauro durati fino al 2015, che oggi ci permettono di visitare alcune delle parti più belle.

L’intendo del Conte Mattei era edificare un vero e proprio centro di cure alternative che accogliesse a braccia aperte chiunque avesse perso ogni speranza a causa della malattia. Già dalla scalinata monumentale d’ingresso si percepisce questo senso di avanzamento verso la conquista della salvezza, raggiungibile solo superando la limitata medicina tradizionale, rappresentata dalla statua di un’arpia che sostiene il mondo. Proseguendo si confluisce in un grande cortile interno al cui centro vi è un pozzo che, come una fontana, aspergeva acqua “depurando” così chiunque vi entrasse, pronto a ricevere la cura. Inizia da qui la visita guidata che conduce in un’atmosfera magica, quasi onirica.

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Entrando nel castello ci si accorge subito di quanto è strana la sua struttura, un vero e proprio labirinto: le stanze, le colonne e le torri hanno una pianta davvero bizzarra, in particolare la famosa cappella Mattei, del tutto simile alla Cattedrale di Cordova. Qui nulla è ciò che sembra: i mosaici sono in realtà affreschi, gli arazzi disegni, le colonne e gli archi bianconeri non sono in marmo ma in legno. Questa cappella è un vero e proprio gioiello, ricco di simbologie nei bassorilievi che incarnano il bene e il male, la medicina tradizionale e quella “alternativa” sviluppata dal Conte.

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Per uscire da questa meraviglia si utilizza una scala esterna, giungendo così nel Cortile dei Leoni, una perfetta riproduzione del giardino dell’Alhambra di Granada, con tanto di rivestimenti policromi in maiolica originali di Siviglia. Impossibile non scattare una foto e non accorgersi dell’incredibile somiglianza.

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Si prosegue attraverso il salone della musica con le sue pareti sbilanciate, si passa per un corridoio con vista sull’Appennino circostante e pavimento in madreperla per poi approdare nello studio di Mattei, ad alto assorbimento acustico grazie al soffitto in cartapesta che però dà l’impressione di essere di legno.

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L’interno della Rocchetta Mattei non presenta alcun arredo perchè rubato o distrutto durante le guerre; mancanza ancor più visibile nella parte superiore della cappella, ultima tappa della visita. Vi è qui conservata la tomba di Cesare Mattei, chiaramente profanata senza successo poiché, al contrario dello splendido edificio di cui vi ho parlato finora, la tomba del conte è assolutamente austera e addirittura senza nome. Una parte dell”iscrizione sopra il sarcofago recita « […] e noi uomini, atomi di questo punto dell’universo ci vantiamo di essere!», come per evidenziare che l’uomo è solo una parte infinitesimale dell’universo.

Sapere qualcosa di più sull’originalissima Rocchetta Mattei è decisamente facile ed economico. Basta prenotare una visita alla modica cifra di 10 euro (prenotazione obbligatoria dal sito http://www.rocchettamattei-riola.it/) e sarete condotti nel castello da esperti studiosi che hanno dedicato la vita al restauro dell’edificio e alla scoperta dei segreti del Conte.

Buona visita!

 

©Laura Saetti

©giuliazuuzsangiorgi.com

 

Rocchetta Mattei
SP62, 40030 Grizzana Morandi (BO)

http://www.rocchettamattei-riola.it/
Aperto solo il sabato e la domenica dalle 9:30 alle 15:00

prenotazione obbligatoria

‘Solo Nero’ a ‘Discordia Expo 2017’

Dal 18 al 26 Marzo potete acquistare le copie di ‘SoloNero’ alla mostra collettiva di arti contemporanee ‘Discordia Expo 2017’. Grazie a chi verrà a comprare la copia autografata. Grazie alle ventidue comparse del video di promozione di SoloNero, che sarà proiettato in uno schermo all’interno della mostra. Grazie a Discordia Art Collective e grazie a Marco Formigoni.

‘Discordia Expo 2017’ si trova a Portomaggiore, presso il Teatro Sociale della Concordia.

 

Intervista a Julia A. Smolenkova

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Artista e gallerista russa, Julia A.Smolenkova nasce nel 1986 in una famiglia di artisti. Laureata in Arte, gestisce tre studi a Mosca, Bruxelles e Parigi. Ha ricevuto premi dall’Accademia Russa delle Arti, vinto diversi Concorsi Internazionali e occupa oggi la cattedra di Professore Associato al Dipartimento di Scultura Monumentale e Decorativa all’Accademia di Arte e Industria di Mosca. Ha esposto opere personali e gestito mostre di vari artisti anche in altri paesi, tra cui Germania, Austria e Stati Uniti. Potete trovare una lista delle principali esposizioni di Julia degli ultimi anni al sito www.julia-smolenkova.com

Chi è Julia Smolenkova? Raccontaci qualcosa di te.

“Sono un’artista fortunata, e per questo regalo ringrazio il destino. L’arte dovrebbe portare positività e gioia al pubblico, suscitarne interesse e sentimenti felici. Nel mondo c’è così tanto orrore, paura e dolore, che l’arte dovrebbe, con tutti i mezzi a sua disposizione, essere fonte di ispirazione, emozionare. Ed è questo che cerco di fare con il mio lavoro”.

Mosca, Bruxelles e Parigi. Quanto è importante l’influenza di ogni città per la realizzazione del tuo lavoro?

“Io dipingo nei posti in cui mi sento bene e carico le mie opere solo di emozioni positive. Mi piace molto il mio studio di Mosca, ma anche gli altri due. Sono completamente diversi e anche i lavori che ne escono risultano differenti. Come se la città dipingesse con me.

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Mosca è dinamicità, colori e materiali a contrasto, non si ferma e non dorme mai, è una tempesta di emozioni, movimenti, sia di giorno che di notte. Parigi è leggerezza, ariosità e luce. In nessun altro luogo c’è una luce così. Parigi ha una sua tonalità calda e dorata inimitabile. Dello studio di Bruxelles amo particolarmente la vista che si apre sulla Grand Place e le mie opere sono più serie rispetto a quelle che creo a Parigi. Probabilmente lo stile di vita in Belgio, molto più rilassato, mi permette di fermarmi a riflettere un po’ di più, lavorare sui quadri con più calma e tempo.

Ogni luogo in cui lavoro si riflette nella mia arte e questo mi piace molto. Infatti faccio fatica a vendere i miei quadri, perché è come se dovessi separarmi da una parte di me stessa, da una parte della mia anima. Sono contenta che le mie opere piacciano alle persone e che le usino per abbellire le proprie case, ma ogni dipinto è un frammento della mia storia. In un mio quadro, ad esempio lo spettatore potrà vedere un’immagine astratta, una natura morta, un costume teatrale, il ritratto di una ragazza, lo spiegarsi delle ali, le nuvole leggere, il gioco di luci e di ombre nei riflessi delle architetture. Quello stesso dipinto a me ricorderà il posto dove l’ho creato, le persone che avevo intorno, le sensazioni che ho provato in quel momento e tutto il mio vissuto in quella città.

Lo spettatore non potrà mai percepire la mia corsa della domenica sul lungofiume di Parigi in fiore alla ricerca di un negozio di belle arti per comprare i colori che mi mancavano in quel momento. Quella sera veniva inaugurata una mia mostra e la città quel giorno mi ha suggerito quali quadri mancassero. Li ho creati velocemente, con leggerezza, emozioni e spontaneità, proprio poco prima dell’apertura. Ecco, sono questi i miei quadri preferiti, perché racchiudono in sé un significato così profondo”.

L’arte è da sempre un punto saldo nella tua famiglia. Hai sempre voluto fare questo nella vita?

“Sì”.

Se dovessi scegliere un’opera o mostra in ogni città, quale preferiresti?

“Probabilmente sceglierei i lavori che non ho ancora creato in ogni città. (Risata)

Naturalmente, la maggior parte del mio tempo lo passo a Mosca, dove lo studio è attrezzato per la pittura, la scultura e i mosaici. La creazione di un mosaico è un processo lungo e per ora lo faccio solo in questo studio. Ma una grande mostra di mosaici la farò proprio a Bruxelles. Amo talmente la famosa pietra blu con cui è stata costruita l’intera città vecchia, che voglio portare i miei mosaici di pietra proprio in quella città. Secondo me sarà molto bello, ci saranno le opere che ho creato nel corso degli ultimi 8 anni, sarà un evento molto interessante e invito tutti a visitare questa mostra. Tutte le informazioni sono nel mio sitoWeb.

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A Mosca ora è in corso la mia mostra personale “Astrazioni polifoniche” che si inserisce in modo molto organico alla realtà di Mosca che, appunto, non dorme mai. Il tema principale dei miei lavori, anche quelli astratti, è la città in tutte le sue sfaccettature dell’architettura, delle persone, delle emozioni, dei colori.

A Parigi per ora riesco a immaginarmi di esporre solo opere di pittura e di grafica create nella luce di Parigi stessa. Per ora non mi sento a mio agio ad organizzare una mostra di mosaici monumentali o di pittura impegnativa qui. La location espositiva che la città offre è molto importante per me, l’arte dovrebbe inserirsi in modo organico nell’ambiente in cui si trova, che sia una casa privata, uno spazio espositivo, un’area urbana. Tutto deve essere pertinente.

Ora viaggio molto in Italia: è un paese incredibile con una cultura unica. Spero di iniziare a portare i miei lavori anche qui. Sono sempre aperta a nuovi progetti!

Il tuo lavoro ti permette di collaborare con molti artisti e di incontrare personaggi noti. C’è qualcuno che vuoi ricordare o qualche momento che sia stato molto significativo per te?

“Come ho già detto, sono fortunata. Il destino mi fa incontrare persone di talento, originali e interessanti. Mantengo i ricordi di tutti gli incontri con grande affetto e gratitudine. Una volta ho potuto dialogare con Pierre Cardin nel suo ristorante dopo una mostra. Mi ha dedicato il suo tempo e ha risposto a tutte le mie domande sulla sua percezione dell’arte moderna, sul suo amore per l’arte russa e per il teatro. Questo dialogo poi si è evoluto in una serie di progetti creativi comuni, sia a Parigi che a Mosca.

Sono veramente grata per tutti gli incontri che ho vissuto e quelli che vivrò. Penso che avvengano nel momento giusto e nel posto giusto”.

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E’ difficile organizzare mostre per altri piuttosto che per sé?

“La mostra è un evento, una festa, un avvenimento a cui lo spettatore partecipa con interesse. Gli artisti che mi affidano le proprie mostre hanno visitato precedentemente le mie esposizioni e sanno che lavorerò per loro tanto bene quanto farei per me stessa.

Da sette anni organizzo a Mosca il festival “L’arte della scultura”, che qualche anno fa è diventato internazionale: sono arrivati partecipanti dall’Europa e dagli Stati Uniti. A questo festival prendono parte sia artisti affermati che quelli giovani, tutti a pari condizioni in uno spazio artistico comune. Organizzo mostre personali e collettive per artisti provenienti da paesi diversi. Investo molto nelle mostre e sono davvero esigente con i partecipanti. Voglio che il visitatore possa sempre vedere arte di qualità. Qualsiasi tipologia d’arte venga presentata, classica, moderna, astratta, figurativa, pittorica, scultorea, grafica, del mosaico, deve essere ai più alti livelli professionali”.

Qualche consiglio agli aspiranti artisti-galleristi: tre caratteristiche essenziali per fare bene questo mestiere.

“Essere esigenti con sé stessi,

rispettare il proprio pubblico,

non fermarsi agli obiettivi raggiunti”.

 

©Giulia Sangiorgi- All rights reserved

©Julia A.Smolenkova- All rights reserved

www.julia-smolenkova.com

info@julia-smolenkova.com