MIRÓ A BOLOGNA: UN TUFFO NEL COLORE – Laura Saetti

di Laura Saetti

 

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Anticonformista, originale e pimpante pittore, ceramista e poeta spagnolo che lasciò un segno indelebile nell’arte europea delle avanguardie, sperimentando le principali correnti artistiche del ventesimo secolo. Joan Miró, dall’11 aprile al 17 settembre 2017, è in mostra a Bologna in una rassegna organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con Fondazione Pilar i Joan Miró di Maiorca. Con circa centotrenta splendide opere di diversi formati e tecniche, la mostra ospitata a Palazzo Albergati vuole raccontare il linguaggio dell’artista catalano, il suo modo di pensare, il profondo attaccamento alle sue radici e la continua ricerca di novità in un percorso museale davvero coinvolgente.

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La visita parte al piano inferiore del bellissimo palazzo cinquecentesco bolognese ed abbraccia perlopiù l’ultimo trentennio di attività. Il più conosciuto periodo surrealista dell’artista viene appena accennato, concentrandosi maggiormente sul suo modus operandi e il suo legame con l’arte materica, il dadaismo, l’arte orientale e l’espressionismo americano.

Entrando nella prima sala è impossibile non soffermarsi ad ammirare il doppio olio, dipinto sul fronte nel 1908 e sul retro nel 1960, un pezzo che da solo racchiude l’evoluzione stilistica dell’artista. Di estrema bellezza, questa è una delle poche tele dei primi anni presente alla mostra (anche perché Miró spesso distruggeva o ridipingeva il frutto dei suoi “goffi” esordi).

Nelle sale successive, si evince quanto fosse poliedrico l’artista catalano: oltre ai dipinti ad olio spiccano maschere grossolane di un particolare materiale ceramico refrattario e gli altrettanto importanti libri d’artista. Lapidari è la sua ultima grande pubblicazione del 1981, due anni prima di morire, eletta a testamento spirituale di questo suo ambito lavorativo. La raccolta riunisce alcuni scritti di anonimi autori catalani alle ventiquattro acqueforti miroiane di stile differente che dialogano con il testo poetico.

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“Pittura e poesia si fanno come si fa l’amore, uno scambio di sangue, un abbraccio totale, senza alcuna prudenza e protezione” – Joan Miró

Per Miró dipingere era un bisogno fisico, lo faceva in modo diretto e spontaneo: fu questa sua filosofia che gli fece presto trovare grande affinità con le stampe, la pittura e la calligrafia giapponese. L’arte orientale colpì e influenzò la sua tecnica, come mostra l’opera di grande formato dell’ultima sala del piano inferiore, che ricorda un dragone.

Salendo le scale di Palazzo Albergati, si entra nella seconda parte della mostra, che esordisce con la ricostruzione dello studio privato di Miró a Son Abrines (Palma di Mallorca), disegnato dall’amico e architetto catalano Josep Lluís Sert e terminato nel 1956, adempiendo così ad uno dei sogni di Miró: quello di avere un atelier dove lavorare.

“Il mio studio è come un orto… io sono il giardiniere” Joan Miró

Proseguendo nella visita, si notano diverse sale che raccolgono il periodo più gestuale e maturo di Miró, opere successive agli anni Sessanta che rimandano ai temi e soggetti prediletti dell’artista: paesaggi, personaggi femminili, uccelli e corpi celesti, ravvisabili quasi unicamente per i titoli dati ai dipinti, in quanto il suo repertorio iconografico col tempo si fece sempre meno figurativo ma più enigmatico e astratto. Nel comporre le sue tele, Miró si occupava prima del colore poi della struttura della composizione: il fondo blu, giallo o rosso è ricorrente nelle sue opere poiché sono questi i tre colori che prediligeva, senza dimenticare il nero, folgorante e sempre presente. Con la progressiva semplificazione della sua arte, il pittore catalano si accostò alla pittura americana e alla tecnica del dripping, che aveva conosciuto durante un suo viaggio a New York. Dagli anni Sessanta circa, con l’uso di spruzzi e gocciolamenti di colore, cominciò ad evocare la pittura di Jackson Pollock, mutando sostanzialmente il suo modo di produrre.

“Apprezzo molto l’energia e la vitalità dei pittori americani, mi piacciono soprattutto la loro freschezza e il loro entusiasmo” Joan Miró

Nell’ultimo ventennio della sua carriera, Miró accolse nella sua arte arnesi umili e quotidiani, oggetti trovati casualmente ed elementi naturali. Il suo obiettivo era mettere radicalmente in discussione la pittura, ucciderla, affidando le visioni poetiche a alla sensibilità di chi guarda. Una delle sezioni conclusive dell’esposizione è proprio dedicata alla sperimentazione dei materiali. Significativo in questo senso è Personaggio e uccello, opera che unisce scultura e pittura utilizzando come supporto pittorico la carta vetrata; oppure l’assemblaggio di gusto dadaista Senza titolo del 1972, un semplice giornale cileno del 1971, arrotolato, dipinto e legato.

La ricostruzione della biografia di Miró, le innumerevoli e variegate opere, l’allestimento citazionista e immersivo mi hanno davvero colpita, ma la mia preferenza ricade senz’altro sul trittico monocromatico del 1973 che cita chiaramente lo stile del maestro Modest Urgell e conserva tutta la freschezza di uno schizzo. Se messo a confronto con il più antico paesaggio del 1908, presente in mostra, ha dell’incredibile: la semplicità compositiva e cromatica esprime i tratti immutabili della natura ottenendo così la massima vitalità con il minimo delle risorse, con una semplificazione estrema e con una tavolozza ristretta. Già amavo Miró, ma quest’esposizione permette a tutti di essere letteralmente risucchiati nell’inebriante vortice cromatico di un artista completo ed abilissimo. Usciti dalla mostra si ha una visione dell’arte decisamente rinnovata e non si può che apprezzare ancor di più questo pittore. Dunque, per chi non lo conoscesse ancora, Palazzo Albergati è un passaggio obbligato.

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MIRÓ! Sogno e colore
Bologna, Palazzo Albergati
dall'11 aprile al 17 settembre 2017
Via Saragozza 28
www.palazzoalbergati.com

Visitabile tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00

 

©Laura Saetti

©giuliazuuzsangiorgi.com

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