Steve McCurry: quando non servono parole

La straordinaria potenza di esprimere emozioni, tramandare storie, raccontare luoghi e attimi di vita.

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Quando si parla di fotografia si pensa ad un’immagine associata ad un preciso significato, ad un’idea riprodotta, ad un momento catturato per caso o, talvolta, intenzionalmente.

Assai differente, estraneo a questa comune concezione, è il carico di emozioni strabilianti che una visita ad una mostra di Steve McCurry ti scaglia contro. Si, la sensazione è proprio quella: pare di essere investiti, in qualche modo, da qualcosa di talmente forte da non potervi sfuggire. 

L’arte del coinvolgimento non è cosa semplice, per lo meno, non da tutti. E Steve ha la capacità di trasportare le persone in giro per il mondo e, in ogni scatto, raccontare la storia di qualcuno.

I Musei San Domenico di Forlì hanno ospitato, dal 26 Settembre 2015 al 10 Gennaio 2016, una rassegna di oltre 180 fotografie, presentandole con il titolo “Icons and Women”. http://www.mostrastevemccurry.it/

La rappresentazione femminile resta una delle migliori scelte di McCurry, attraverso la quale riesce a portare diverse etnie, culture e tradizioni nella mente dell’osservatore.

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Sanaa, Yemen, 1997

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Rajasthan, India, 1983: donne che si riparano tra loro dal forte vento, stagione dei monsoni.

 

Altrettanto di impatto sono le fotografie di guerra, emotivamente disarmanti, proposte in questa mostra. Sono strumenti in grado di trasmettere la crudeltà, la violenza e le atrocità su cui spesso ci dimentichiamo di riflettere.

 

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Al Ahmadi, Kuwait, 1991, Guerra del Golfo: fotografia scattata in pieno giorno, in mezzo a fuoco e fumo, nei campi infestati di mine.

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New York, 11 Settembre 2001

Osservando alcune espressioni, inquadrature e luoghi, fotografati dal reporter durante i suoi viaggi di lavoro, è possibile percepire la tensione dello stesso McCurry e delle persone coinvolte nei tragici eventi. Le foto che seguono sono solo alcune di molte, quelle che ho preferito e che penso restino impresse nella mente di chiunque si fermi ad osservarle.

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Rajasthan, India, 2010, nomade Rabhari con la barba tinta di henné

 

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TrHajjah, Yemen, 1999, bambino dopo la lunga celebrazione di un matrimonio

 

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Mumbai, India, 1993, madre e bambino in cerca di una moneta

Inoltre, pezzo forte dell’esposizione, il tanto atteso secondo ritratto di Sharbat Gula, la bambina afgana fotografata da McCurry nel 1984. McCurry è infatti riuscito a ritrovarla in Pakistan, riproponendo lo scatto dopo 17 anni. La donna è ora sposata e ha tre figlie, ma il suo viso resta uno tra i più conosciuti e discussi al mondo, così come il suo sguardo particolarissimo.

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http://stevemccrry.com/

http://www.sudest57.com/photographers/steve-mccurry-2/icons/

©Giulia Sangiorgi- All rights reserved

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