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Intervista per #Natoconlavaligia

INTERVISTA DI GIOVANNI TAVASSI

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Versione Italiana di Madness disponibile su Amazon.it dal 12 marzo2018: https://www.amazon.it/Madness-Giulia-Sangiorgi/dp/1976843626/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1520703973&sr=8-1&keywords=madness+giulia+sangiorgi

Guarda il Trailer Ufficiale di Madness

Manca poco al 12 Marzo! ⏳💪

Music Credits: Nicola Zonari
Video Direction: Alice Bariani
Editing&Script: Giulia Sangiorgi

https://www.youtube.com/watch?v=MMeUfXCBzGs

Le persone non sono mai come sembrano.

Ci sono quelle che vivono ossessionate da particolari, da dettagli insignificanti. Magari sono le stesse persone che poi non danno importanza a piccoli gesti, ai segnali che ricevono dal mondo circostante. Oppure ci sono quelle perennemente distratte, immerse in una realtà parallela, incomprensibile da tutti gli altri, che però non si lasciano sfuggire nulla, che notano ogni minimo cambiamento, ogni svolta. Ci sono persone cattive che sembrano buone e buoni che sembravo cattivi. Alcuni ispirano fiducia incondizionata e sono i primi a pugnalarti alle spalle. 02cdf86c-7b22-4974-992b-e7b1edb4f82enAltri, di cui si dubita sempre, sono i più sinceri.

“Solo Nero” è una raccolta di storie, storie di persone particolari, emotivamente e psicologicamente instabili, in situazioni spiacevoli, tragiche, estreme. Alcune sono puramente inventate, altre, quelle che preferisco, sono ispirate a personaggi reali. Sono storie brevi, piuttosto semplici, dove le persone muoiono, si perdono nel buio più totale, fanno i conti con le crudeltà degli altri, ma anche con la perfidia del proprio essere. Perché non sempre i nemici sono estranei o distanti, spesso si trovano più vicini di quanto si creda, nella propria schiera di amici, nella propria famiglia o peggio, nel proprio inconscio.

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Leggi l’intervista su dianoratinti.it –> http://www.dianoratinti.it/intervista-giulia-sangiorgi/

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Il turista che scende dal treno alla stazione di Santa Lucia a Venezia, oltre a godersi l’immancabile giro per la meravigliosa città dei Doge, potrebbe essere attratto dalla prospettiva di un tour per le altre isole lagunari, collegate tra di esse da un efficientissimo sistema di vaporetti.

Verso nord-est, lasciandosi alle spalle Venezia e Murano (famosa per i suoi vetri lavorati a mano) e infine la coloratissima Burano, si giunge alla meno appariscente e più lussurreggiante Torcello, poco conosciuto ma interessantissimo gioiello della laguna veneta.

La storia di Torcello ha origini fin dai primi tempi dell’Impero Romano: ricerche archeologiche hanno dimostrato che una piccola comunità vi si stabilì fino al V secolo DC, data in cui si verificò la cosiddetta “Rotta della Cucca”, un’ecatombe alluvionare che modificò permanentemente il corso di tutti i fiumi che sfociavano nella laguna veneta.

Il ripopolamento dell’isola riprese attorno al VII secolo ad opera dei bizantini, soprattutto a fini militari, a cagione della posizione altamente strategica e facilmente difendibile.

L’iconica Cattedrale, la cui forma si distingue immediatamente nelle giornate più assolate anche a chilometri di distanza, venne edificata in questo periodo ed intitolata all’Assunta. Fu riedificata nel XI secolo, affiancata dalla nuova chiesa di Santa Fosca, assumendo il carattere romanico che la contraddistingue ancora oggi.

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Durante i secoli dal XII al XV, il centro urbano di Torcello conobbe il massimo splendore, arrivando a ospitare una popolazione stimata tra le 8000 e le 20000 unità, diventando il principale sito di lavorazione della lana all’interno del Ducato di Venezia.

Sfortunatamente, come conseguenza all’impaludamento della zona e alle continue pestilenze, per l’isoletta iniziò un lento e graduale declino, che culminò con il quasi totale abbandono da parte dei residenti e la rovina/smantellamento degli edifici, azione compiuta al fine di fornire materiale da costruzione alle vicine e più fiorenti isole. La città scomparve virtualmente .

La popolazione ha continuato inesorabilmente a diminuire fino ad oggi, quando, chiedendo informazioni agli abitanti, si constata che nell’isola vivono né più né meno di nove persone.

Sono i turisti a incrementare sensibilmente questo numero: persone incuriosite da un luogo dove regna il silenzio e dove l’affollamento di Venezia è solamente un ricordo. Sbarcando dal vaporetto la pace e la quiete assalgono il visitatore, sensazioni opposte a quelle provate sulle altre isole.

Percorrendo la stradina che costeggia il canale Maggiore, la via d’acqua che collega la laguna al piccolo centro di Torcello, si arriva al Ponte del Diavolo: primo degli unici due ponti all’interno dell’intera isola, che ha la caratteristica di avere, assieme a Ponte Chiodo a Cannaregio, le fattezze degli antichi ponti veneziani sprovvisti di parapetto.

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Proseguendo in direzione del centro, il canale si arresta poco prima dei Palazzi del Consiglio e dell’Archivio, sedi del museo provinciale di Torcello. Le collezioni qui ospitate comprendono un vastissimo assortimento di reperti di epoca preistorica, paleocristiana, etrusca, romana, medioevale e moderna. Di fronte a uno degli edifici museali si erge il cosiddetto “Trono di Attila”, grosso seggio in pietra legato alla leggenda dell’arrivo del terribile re degli Unni a Torcello e da questi appunto utilizzato. In verità, la discesa degli Unni in Italia si arrestò nei pressi di Udine ed essi non raggiunsero mai la laguna veneta.

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Poco più avanti si giunge alla chiesa di Santa Fosca e alla maestosa abbazia dell’Assunta, sopra le quali torreggia il maestoso campanile di quest’ultima. Inoltre, a fianco di esse, si trovano le fondamenta dell’ormai scomparso battistero dedicato a San Giovanni.

Ovviamente tutti questi monumenti sono visitabili e consigliatissimi, in particolare il campanile che, grazie alla sua altezza di ben 45 metri, offre una vista mozzafiato a 360°; mentre gli interni dei due edifici ecclesiastici sono splendidi esempi di architettura e arte romanica perfettamente conservati.

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L’isola non si limita comunque a quanto appena menzionato, poiché vari sono i siti di scavi archeologici tutt’ora in corso, alcuni saltuariamente aperti al pubblico con visite guidate, a volte persino gratuite. I vari ritrovamenti hanno permesso la nascita di nuove riflessioni sulla storia e sul ruolo di Torcello: molti sono databili all’Alto medioevo, ma nella parte più meridionale dell’isola si trova un sito che potrebbe addirittura risalire all’epoca romana.

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Buona parte dei turisti in visita sono americani in cerca delle tracce lasciate da Ernest Hemingway, il quale, innamoratosi della laguna veneta, soggiornò spesso nella casa rossa situata nel punto in cui il canal Maggiore si biforca, poco prima del centro storico dell’isola. Fu in questi luoghi a lui cari che egli ambientò il suo romanzo Across the River and into the Trees, scritto in quel periodo.

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Seppur non della stessa fama dello scrittore statunitense, un’altra figura di spicco fece parte della storia di Torcello durante il ‘900: il pittore, scultore e mosaicista Lucio Andrich.

La sua casa è tra le prime che si incontrano una volta sbarcati, sulla sinistra in fondo ad un sentiero, ora adibita a museo dal nipote Paolo. Qui si può ammirare una collezione ricca di mobili antichi, maioliche, sculture, olii su tela, fotografie ed incisioni di autentica bellezza. Sfortunatamente il museo apre solo su appuntamento.

Infine, a ridosso della casa museo Andrich, si può ammirare la vasta e suggestiva Palude della Rosa, luogo perfetto per gli appassionati di bird watching, la cui principale attrazione sono i fenicotteri che nelle stagioni calde vi si soffermano in massa.

Insomma, Torcello è colma di elementi degni di interesse e merita senz’altro una rivalutazione, o per meglio dire una riscoperta. Purtroppo l’isoletta soffre di una notevole incuria da parte degli enti che dovrebbero occuparsene, come si può evincere dallo stato della vegetazione e dei numerosi sentieri che la attraversano. Oltre a questo, è la mancanza di una campagna d’informazione volta a diffonderne nome e qualità a penalizzarla sensibilmente, rendendola di fatto sconosciuta alla maggior parte. Ma basterebbe questo a riportare un pò in luce questo piccolo gioiello della laguna veneta? Certamente aiuterebbe, ma sarà necessario aspettare il momento in cui la rinascita dell’isola starà a cuore a chi di dovere.

 

©Marco Migliari

©www.giuliazuuzsangiorgi.com

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#Inverno by Veronica Binelli

Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi

“Una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo, è più potente di pagine e pagine scritte” – Iabel Allende

Luoghi: Asiago, Foza.

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Fotografie © Veronica Binelli

Video making © Veronica Binelli

©www.giuliazuuzsangiorgi.com

 

 

 

 

 

 

1Plasmata su uno sperone di roccia nel comune di Grizzana Morandi (Bologna), l’eclettica Rocchetta Mattei è stata edificata a partire dal 1850 circa, sulle rovine di un castello preesistente. Presenta una mescolanza di stile medievale/moresco in un insieme davvero insolito ed originale. Le sue cupole, le decorazioni e gli interni sono stati modificati più volte rendendo la struttura un vero e proprio intreccio labirintico di sale, torri e scalette.

Legata indissolubilmente alla storia del castello è la vita del Conte Cesare Mattei (1809-1896), suo ideatore nonchè letterato, politico e medico autodidatta che qui decise di costruire la sua residenza. Dopo la morte della madre, Cesare Mattei iniziò ad interessarsi allo studio della medicina, farmacia ed erboristeria, inventando la disciplina dell’elettromeopatia, basata sull’abbinamento di granuli simil-omeopatici con cinque fluidi elettrici per ristabilire il corretto equilibrio delle cariche del corpo e riportarlo alla neutralità. A fine Ottocento, i suoi preparati ebbero grande successo in tutto il mondo; numerosi accorrevano alla rocca per farsi curare. Diverse testimonianze narrano delle “miracolose medicine” del Conte, che salvò anche personaggi illustri come lo zar Alessandro II, meritando così di essere citato da Dostoevskij nel romanzo I fratelli Karamàzov.

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« […] ma che filosofia e filosofia, quando tutta la parte destra del corpo mi si è paralizzata e io non faccio che gemere e lamentarmi. Ho tentato tutti i rimedi della medicina: sanno fare la diagnosi in maniera eccellente, conoscono la tua malattia come il palmo delle loro mani, ma non sono capaci di curare. […] Disperato, ho scritto al conte Mattei a Milano, che mi ha mandato un libro e delle gocce, che Dio lo benedica.»

Dostoevskji, I fratelli Karamàzov

 

La produzione di farmaci elettromeopatici continuò fino alla fine degli anni Cinquanta, ma dopo la morte del Mattei la disciplina ebbe un lento declino, poichè il segreto di sintetizzazione alchemica morì assieme al Conte. Non lo lasciò in eredità nemmeno al fedele collaboratore e figlio adottivo Mario Venturoli Mattei, il quale portò comunque avanti questa medicina alternativa fino al trafugamento di fondamentali documenti durante il saccheggio delle SS. Ancora oggi, la vera essenza della cura del Conte Mattei resta un mistero.

Venturoli non scoprì mai la formula elettromeopatica, però ricevette dal padre l’intera proprietà del castello, che completò in stile liberty fino al 1956. A causa delle difficoltà di mantenimento, dovute alle guerre mondiali, la rocca venne poi venduta a Primo Stefanelli, che nel 1986 la chiuse lasciandola in stato di totale abbandono. Solo nel 2005 l’edificio rivide la luce in seguito all’acquisizione da parte della Fondazione Carisbo, che si impegnò in complessi lavori di restauro durati fino al 2015, che oggi ci permettono di visitare alcune delle parti più belle.

L’intendo del Conte Mattei era edificare un vero e proprio centro di cure alternative che accogliesse a braccia aperte chiunque avesse perso ogni speranza a causa della malattia. Già dalla scalinata monumentale d’ingresso si percepisce questo senso di avanzamento verso la conquista della salvezza, raggiungibile solo superando la limitata medicina tradizionale, rappresentata dalla statua di un’arpia che sostiene il mondo. Proseguendo si confluisce in un grande cortile interno al cui centro vi è un pozzo che, come una fontana, aspergeva acqua “depurando” così chiunque vi entrasse, pronto a ricevere la cura. Inizia da qui la visita guidata che conduce in un’atmosfera magica, quasi onirica.

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Entrando nel castello ci si accorge subito di quanto è strana la sua struttura, un vero e proprio labirinto: le stanze, le colonne e le torri hanno una pianta davvero bizzarra, in particolare la famosa cappella Mattei, del tutto simile alla Cattedrale di Cordova. Qui nulla è ciò che sembra: i mosaici sono in realtà affreschi, gli arazzi disegni, le colonne e gli archi bianconeri non sono in marmo ma in legno. Questa cappella è un vero e proprio gioiello, ricco di simbologie nei bassorilievi che incarnano il bene e il male, la medicina tradizionale e quella “alternativa” sviluppata dal Conte.

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Per uscire da questa meraviglia si utilizza una scala esterna, giungendo così nel Cortile dei Leoni, una perfetta riproduzione del giardino dell’Alhambra di Granada, con tanto di rivestimenti policromi in maiolica originali di Siviglia. Impossibile non scattare una foto e non accorgersi dell’incredibile somiglianza.

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Si prosegue attraverso il salone della musica con le sue pareti sbilanciate, si passa per un corridoio con vista sull’Appennino circostante e pavimento in madreperla per poi approdare nello studio di Mattei, ad alto assorbimento acustico grazie al soffitto in cartapesta che però dà l’impressione di essere di legno.

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L’interno della Rocchetta Mattei non presenta alcun arredo perchè rubato o distrutto durante le guerre; mancanza ancor più visibile nella parte superiore della cappella, ultima tappa della visita. Vi è qui conservata la tomba di Cesare Mattei, chiaramente profanata senza successo poiché, al contrario dello splendido edificio di cui vi ho parlato finora, la tomba del conte è assolutamente austera e addirittura senza nome. Una parte dell”iscrizione sopra il sarcofago recita « […] e noi uomini, atomi di questo punto dell’universo ci vantiamo di essere!», come per evidenziare che l’uomo è solo una parte infinitesimale dell’universo.

Sapere qualcosa di più sull’originalissima Rocchetta Mattei è decisamente facile ed economico. Basta prenotare una visita alla modica cifra di 10 euro (prenotazione obbligatoria dal sito http://www.rocchettamattei-riola.it/) e sarete condotti nel castello da esperti studiosi che hanno dedicato la vita al restauro dell’edificio e alla scoperta dei segreti del Conte.

Buona visita!

 

©Laura Saetti

©giuliazuuzsangiorgi.com

 

Rocchetta Mattei
SP62, 40030 Grizzana Morandi (BO)

http://www.rocchettamattei-riola.it/
Aperto solo il sabato e la domenica dalle 9:30 alle 15:00

prenotazione obbligatoria

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“Solo Nero Expo” è un percorso di dodici tappe, visitabile dal 15 al 18 Settembre 2017, presso il Teatro Sociale della Concordia, durante il weekend dell’Antica Fiera di Portomaggiore. 

I ragazzi dello staff hanno realizzato una galleria d’arte, per trasmettere un messaggio, un’emozione, una storia. Durante “Solo Nero Expo” sono stati esposti dodici disegni e dodici fotografie, realizzati appositamente dagli artisti partecipanti a tema dei dodici racconti del libro. 

 

 

Guarda la galleria fotografica

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(https://giuliazuuzsangiorgi.com/…/ordina-la-tua-copia-di-s…/)

 

©giuliazuuzsangiorgi.com

 

Questo progetto nasce come celebrazione a una delle liuterie storiche di Bologna :La liuteria Stanzani. Il lavoro artigianale e la perfezione manuale ricordano i vecchi tempi ormai andati e attraverso le immagini ,gli strumenti creati con passione e fatica acquistano una loro soggettività ed emotività e continuano a vibrare. Contro un mondo ormai globalizzato e senza identità sopravvivere a un ideale è una lotta contro il tempo. Riportare nel presente la bellezza e la perfezione di lavori ormai dimenticati diventa una priorità assoluta. Dare un’anima a uno strumento è per pochi eletti.
“Un uomo che lavora con le sue mani è un operaio; un uomo che lavora con le sue mani e il suo cervello è un artigiano; ma un uomo che lavora con le sue mani, il suo cervello e il suo cuore è un artista.”
Fotografie fatte durante le riprese del film “Mozart a Bologna” presso la liuteria Stanzani di Bologna.
Guarda il progetto anche su Behance.net:
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©Valentina Bamboli Behance Photography Project
©giuliazuuzsangiorgi.com

di Laura Saetti

 

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Anticonformista, originale e pimpante pittore, ceramista e poeta spagnolo che lasciò un segno indelebile nell’arte europea delle avanguardie, sperimentando le principali correnti artistiche del ventesimo secolo. Joan Miró, dall’11 aprile al 17 settembre 2017, è in mostra a Bologna in una rassegna organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con Fondazione Pilar i Joan Miró di Maiorca. Con circa centotrenta splendide opere di diversi formati e tecniche, la mostra ospitata a Palazzo Albergati vuole raccontare il linguaggio dell’artista catalano, il suo modo di pensare, il profondo attaccamento alle sue radici e la continua ricerca di novità in un percorso museale davvero coinvolgente.

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La visita parte al piano inferiore del bellissimo palazzo cinquecentesco bolognese ed abbraccia perlopiù l’ultimo trentennio di attività. Il più conosciuto periodo surrealista dell’artista viene appena accennato, concentrandosi maggiormente sul suo modus operandi e il suo legame con l’arte materica, il dadaismo, l’arte orientale e l’espressionismo americano.

Entrando nella prima sala è impossibile non soffermarsi ad ammirare il doppio olio, dipinto sul fronte nel 1908 e sul retro nel 1960, un pezzo che da solo racchiude l’evoluzione stilistica dell’artista. Di estrema bellezza, questa è una delle poche tele dei primi anni presente alla mostra (anche perché Miró spesso distruggeva o ridipingeva il frutto dei suoi “goffi” esordi).

Nelle sale successive, si evince quanto fosse poliedrico l’artista catalano: oltre ai dipinti ad olio spiccano maschere grossolane di un particolare materiale ceramico refrattario e gli altrettanto importanti libri d’artista. Lapidari è la sua ultima grande pubblicazione del 1981, due anni prima di morire, eletta a testamento spirituale di questo suo ambito lavorativo. La raccolta riunisce alcuni scritti di anonimi autori catalani alle ventiquattro acqueforti miroiane di stile differente che dialogano con il testo poetico.

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“Pittura e poesia si fanno come si fa l’amore, uno scambio di sangue, un abbraccio totale, senza alcuna prudenza e protezione” – Joan Miró

Per Miró dipingere era un bisogno fisico, lo faceva in modo diretto e spontaneo: fu questa sua filosofia che gli fece presto trovare grande affinità con le stampe, la pittura e la calligrafia giapponese. L’arte orientale colpì e influenzò la sua tecnica, come mostra l’opera di grande formato dell’ultima sala del piano inferiore, che ricorda un dragone.

Salendo le scale di Palazzo Albergati, si entra nella seconda parte della mostra, che esordisce con la ricostruzione dello studio privato di Miró a Son Abrines (Palma di Mallorca), disegnato dall’amico e architetto catalano Josep Lluís Sert e terminato nel 1956, adempiendo così ad uno dei sogni di Miró: quello di avere un atelier dove lavorare.

“Il mio studio è come un orto… io sono il giardiniere” Joan Miró

Proseguendo nella visita, si notano diverse sale che raccolgono il periodo più gestuale e maturo di Miró, opere successive agli anni Sessanta che rimandano ai temi e soggetti prediletti dell’artista: paesaggi, personaggi femminili, uccelli e corpi celesti, ravvisabili quasi unicamente per i titoli dati ai dipinti, in quanto il suo repertorio iconografico col tempo si fece sempre meno figurativo ma più enigmatico e astratto. Nel comporre le sue tele, Miró si occupava prima del colore poi della struttura della composizione: il fondo blu, giallo o rosso è ricorrente nelle sue opere poiché sono questi i tre colori che prediligeva, senza dimenticare il nero, folgorante e sempre presente. Con la progressiva semplificazione della sua arte, il pittore catalano si accostò alla pittura americana e alla tecnica del dripping, che aveva conosciuto durante un suo viaggio a New York. Dagli anni Sessanta circa, con l’uso di spruzzi e gocciolamenti di colore, cominciò ad evocare la pittura di Jackson Pollock, mutando sostanzialmente il suo modo di produrre.

“Apprezzo molto l’energia e la vitalità dei pittori americani, mi piacciono soprattutto la loro freschezza e il loro entusiasmo” Joan Miró

Nell’ultimo ventennio della sua carriera, Miró accolse nella sua arte arnesi umili e quotidiani, oggetti trovati casualmente ed elementi naturali. Il suo obiettivo era mettere radicalmente in discussione la pittura, ucciderla, affidando le visioni poetiche a alla sensibilità di chi guarda. Una delle sezioni conclusive dell’esposizione è proprio dedicata alla sperimentazione dei materiali. Significativo in questo senso è Personaggio e uccello, opera che unisce scultura e pittura utilizzando come supporto pittorico la carta vetrata; oppure l’assemblaggio di gusto dadaista Senza titolo del 1972, un semplice giornale cileno del 1971, arrotolato, dipinto e legato.

La ricostruzione della biografia di Miró, le innumerevoli e variegate opere, l’allestimento citazionista e immersivo mi hanno davvero colpita, ma la mia preferenza ricade senz’altro sul trittico monocromatico del 1973 che cita chiaramente lo stile del maestro Modest Urgell e conserva tutta la freschezza di uno schizzo. Se messo a confronto con il più antico paesaggio del 1908, presente in mostra, ha dell’incredibile: la semplicità compositiva e cromatica esprime i tratti immutabili della natura ottenendo così la massima vitalità con il minimo delle risorse, con una semplificazione estrema e con una tavolozza ristretta. Già amavo Miró, ma quest’esposizione permette a tutti di essere letteralmente risucchiati nell’inebriante vortice cromatico di un artista completo ed abilissimo. Usciti dalla mostra si ha una visione dell’arte decisamente rinnovata e non si può che apprezzare ancor di più questo pittore. Dunque, per chi non lo conoscesse ancora, Palazzo Albergati è un passaggio obbligato.

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MIRÓ! Sogno e colore
Bologna, Palazzo Albergati
dall'11 aprile al 17 settembre 2017
Via Saragozza 28
www.palazzoalbergati.com

Visitabile tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00

 

©Laura Saetti

©giuliazuuzsangiorgi.com

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